Alessandro Rivola "senza titolo" 1998 installazione "spazio aperto" galleria d'arte moderna bologna
right: photographic emulsion on canvas cm. 400x300
left: photographic emulsion on wood cm. 10x12 each
 
 

io, una seduzione personale

di Vittoria Coen

C'è una relazione profonda, una forte tensione tra l'opera e l'artista, può arrivare all'identificazione. Sempre è però una proiezione del desiderio, la spinta a dare forma al contenuto, epifania del pensiero.

Svelarsi, spogliarsi da sovrastrutture, vuol dire privarsi di ipotetiche colonne di certezza e uscire allo scoperto, l'orgoglio della realizzazione di un lavoro e contemporaneamente la consapevolezza di percorrere un cammino che sembra non avere mai fine nascono dalla seduzione personale, una seduzione a cui l'artista non si sottrae. E più l'oggetto di seduzione lo riguarda da vicino, nel profondo, più decisamente può divenire universale nell'opera. L'oggetto della seduzione si trasforma, diviene metafora, racconto, nella sua trasposizione. Che cosa divide il pittore nel profilo austero e deciso del gentiluomo? Ne divide forse la regalità, l'immagine del potere, o una strana espressività che si affacciava dalla rigida gorgiera? Quale idea di sintesi ha attraversato la mente che ha dipinto, molti secoli dopo, un magico quadrato bianco?

la seduzione in questo rapporto crea un meccanismo assolutamente individuale di percezione.

Può essere condivisa da molti o da nessuno; in quel momento appartiene soltanto all'artista e al suo modo di sentire. Da infinitamente piccolo, irrilevante, qualsiasi soggetto assume, nella sua traduzione in opera, una dimensione dilatata e amplificata, poiché l'artista gli ha dato peso, consistenza, nel momento in cui gli ha riconosciuto attenzione. E' quel valore in più, talvolta indescrivibile, che si nasconde dietro la maschera dell'apparire.

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Il gioco, come momento importante di crescita, tocca le sfere più intime del desiderio infantile.

Per Alessandro Rivola la fantasia costituisce il "motore" che dà vita al gioco. Poi l'essere si fa adulto, e questa dimensione fantastica scompare. La fine del gioco è l'allontanamento da qualche cosa che lo aveva sedotto, ma che ritorna nel ricordo come rimpianto, quando le delusioni e le difficoltà della vita opprimono. La bambola è il simbolo per eccellenza del gioco infantile. E' l'oggetto che si fa accarezzare, ma anche mutilare, che incarna tutte le proiezioni del desiderio. Il desiderio di riappropriarsi della sfera del gioco, di regredire allo stadio infantile, spinge a ridare freschezza e curiosità al vivere. E' un processo che attraversa il tempo a ritroso per ritrovare un tempo perduto.

Ma può anche essere un pulsione visionaria, un volersi proiettare al di fuori di sé.